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Dipingo
le cose che vedo Dipingo
le cose che ho visto Dipingo
le cose che tocco e che uso Dipingo
le cose che indosso Dipingo
le cose che ho indossato Dipingo
le cose prima che siano indossate Dipingo
senza pensare a cose complesse o complicate da capire. Quando inizio un
lavoro mi prefiggo di fare sempre cose semplici o “banali”, anche
perché, come accennavo prima, io dipingo le cose che tutti vedono.
Tuttavia l’opera finita appare complessa. Questo lo capisco quando
l’opera è vista da altre persone. Quasi tutti rimangono pensosi, quasi
intimoriti dalla rappresentazione e dai colori. Molti mi chiedono il
significato. Per
capire meglio il problema, descrivo il dipinto che da oltre 20 giorni sto
realizzando. Il
quadro è un metro x un metro. L’immagine è dipinta ancora per metà e
raffigura una camicia. Il titolo è “camicia dismessa”. Come al mio
solito ingrandisco a dismisura l’oggetto. Infatti della camicia si vede
solo un particolare composto da centinaia di fasce bianche e celesti. Le
fasce sono plasmate in modo sinuoso e con grandi spazi di chiari e scuri. Come
dicevo, nelle fasce mi capita, senza pensare a quanto tempo passa per
terminare un quadro, che non rappresento niente di epico, ma solo una
camicia dismessa, forse indossata solo due giorni, forse uno, forse
sporcata dal sudore, forse maleodorante. L’intero
quadro è un grande particolare senza fondo. La sua semplicità disarma lo
spettatore. Io
dico che realizzo opere figurative e allo stesso tempo concettuali. I miei
dipinti sono platealmente visibili e leggibili. I miei dipinti sono
platealmente disarmanti. I miei dipinti sono platealmente incompresi. I
miei dipinti sono figurativi-concettuali.
È
trascorso oltre un mese, forse quaranta giorni, ed ancora non ho terminato
la mia camicia a fasce bianche e celesti. Continuo a lavorare saltando
qualche giorno (non per riposarmi o perché mi sono stancato di continuare
un lavoro che sembra non finire mai). Forse ho paura di finire, di vedere
la tela completamente immersa da quelle onde composte da due colori che
liberamente fluttuano in ombre e spazi luminosi. Mi
rendo conto che a volte quest’immagine mi stanca, poi penso che sia io a
cercare questa stanchezza che mi porta fuori dalla normalità, che mi
porta al non pensiero, che mi porta al mutismo. Sì, al mutismo, visto che
per ore e ore non parlo.
Ricordo.
L’opera d’arte non si pensa, non si progetta. Non ci si concentra
intensamente per pensare cosa fare di bello o importante. Ricord.
Grandi avvenimenti tristi o gioiosi. Ricordo.
Di avere fatto un dipinto con alcune rappresentazioni simboliche e
struggenti della morte di mio fratello. Ricordo.
Di non aver, sia prima che dopo, dipinto altri lavori descrittivi della
cronaca. Ricordo.
Descrivere la cronaca non fa arte. Ricordo.
Dipingere il sangue o una scena violenta sarebbe solamente descrittivo. Ricordo.
Il senso di tristezza, o del dolore, o della gioia della vita, o di un
semplice avvenimento felice, è presente in tutte le opere. Un mio lavoro
non dura mai una sola giornata, ma settimane, o addirittura mesi. Tutti
gli avvenimenti si trasmettono, attraverso il pensiero, sulla tela o
sull’oggetto. Il tutto non è affatto esplicito, ma cercato su una
parete vuota, su una camicia, su una rosa o altri elementi usati come
soggetto colorato sulla tela. Ricordo.
Un lavoro non può essere spiegato facilmente, anche perché al di fuori
della simbologia rappresentata e visibile, è molto difficile ricordarsi
di tutti i pensieri che lavorando ho incluso nell’opera. Quello che ho
pensato e ricordo, quello che ho pensato e dimenticato, rappresenta
l’anima, la parte più importante e, quindi, apparentemente più
difficile da capire e spiegare, anche perché molto facilmente dimentico
quello che pensavo mentre dipingevo. Ricordo. Dico sempre, a chi, guardando un mio lavoro, vuole sapere cose in più di quello che è statico sulla tela, che io avrei bisogno (e potrei parlarne per tutto il tempo) di tutte le ore, i minuti, i giorni e le settimane che ho impiegato per terminare l’opera, semplice o complessa che sia. A volte aggiungo che alcune cose non le ricordo e altre potrei inventarle, visto che sono lì, sono dentro l’opera d’arte. La
contraddizione non esiste, esiste quello che penso ora; quello che pensavo
ieri; fa appunto parte del passato, il futuro lo ignoro. Conosco e capisco
solo quello che penso ora.
Questa
notte l’insonnia non mi ha lasciato. È
rimasta quasi sempre con me. Volevo
parlare con qualcuno del dipinto che sto finendo e che nessuno forse mai
vedrà. Sono solo e penso che non ha senso parlare di quello che già ho
fatto, del suo significato, duro, impenetrabile, custodito nelle immagini
colorate sulla tela. Ho
deciso: non ho voglia di parlarne. Non
progetto l’opera, non progettandola non conosco l’immagine finale,
perché appunto, ad un certo punto mi fermo e dico alla tela che il nostro
dialogo è finito. Per
fare un lavoro ci metto molto tempo, visto che le cose dipinte sono state
pensate due o tre volte il tempo impiegato per dipingerle. Disprezzo
quelli che dipingono solo per Quasi
mai dipingendo penso al passato, mai al futuro. Io
dipingo il tempo che passa sugli oggetti oggi. Nelle cose che rappresento
cerco la massima precisione, il massimo realismo. Impiegandoci più tempo,
concentro al massimo tutti i miei pensieri e li chiudo nell’immagine,
che appunto diventa ne custodia. A volte non ricordo tutto quello che ho
pensato, e sicuramente rimescolo gli stessi pensieri in altre forme, forse
con altri colori o con altri oggetti. Basta.
Non posso più parlare con la carta, dopo averlo fatto per giorni con la
tela.
Quando
sto male non riesco a sorridere, neanche per finta. Quando sto male mi
sale un nodo alla gola, sembra che mi manchi l’ossigeno. Cerco di
resistere per non piangere. Quello è il momento dello sconforto totale. Perché
questo mio male dura da tanti anni? Perché non passa così
improvvisamente come è venuto? Non
riesco a sopportare niente. Sono irritato con tutto e tutti. A volte,
quando sono solo rintanato in casa o nel mio cervello, penso che è
persino bello vivere così. Penso,
ripenso che sia addirittura struggente pensare e andare al fondo del
niente, nel fondo della solitudine, nel fondo della tristezza. I
dipinti sono meteore che passano, lasciando solo immagini sbiadite nel mio
cervello. Mi manca la voglia di lavorare, anche perché non do più alcun
significato ai colori degli oggetti che solitamente uso. Mi basta
costruire le immagini e vederle sparire dietro i miei occhi. Non ho perso
(perché perde, solo chi non ha
potuto vedere l’opera che io ho visto dietro i miei occhi, nel mio
cervello), ho solo lasciato cadere nel nulla centinaia di lavori, che ho
visto, costruito e dimenticato. Forse quello che farò domani sarà una
cosa che ho pensato dodici anni fa. Sarà nuova comunque, anche se in
fondo è già stata consumata dal mio pensiero e collocata
“nell’inconscio”. ma proprio perché oggi l’”inconscio” mi
porta, mi spinge a rappresentarla, a farla vedere, a fissarla per sempre
tra le cose visibili a tutti, è nuova. Penso
che questa operazione non sia altro che una forma di narcisismo. Farla non
ha più senso, farla non ha mai avuto senso.
Ricomposizione o sistemazione
sul terreno di alcuni oggetti ritrovati.
Alcuni
oggetti si trovano sotto la superficie dipinta o altri strati ancora
inesplorati. Solo lo spettatore è capace di immaginare nuovi colori, di
pensare a parole e rumori diversi. Sulla tela sono rappresentati simboli,
pezzi di oggetti e di vestiti ritrovati durante la ricerca. Gli elementi,
forse i più importanti, si trovano nel nostro inconscio, nel nostro
cervello; forse li ritroveremo per altre ricomposizioni, o resteranno
sepolti per sempre. Le
cose dipinte sono state ritrovate e ricomposte: i vestiti, i ricordi, le
cose viste. Solo
la pelle realmente non può essere reale. La pelle rappresenta il possesso
di quello che non possiamo più possedere. Il possesso è il surreale, è
l’inconscio. La pelle che vedete non esiste, si è putrefatta fino a
sparire, come il resto degli elementi organici. La
ricomposizione. Tutto è stato ripulito dal terriccio, dalla polvere del
tempo. Tutto rinasce dalla bellezza pittorica. Tutto quello che è
visibile non rappresenta il bello dell’arte. Tutto quello che vedete
rappresenta l’espressione dell’istinto, l’espressione poetica di
quello che ancora non esiste, di quello che è stato. Tutto quello che
vedete non rappresenta la bellezza descritta dai canoni dell’arte: il
bello, il brutto, il capolavoro. Tutto quello che vedete rappresenta la bellezza del mio e del vostro animo.
Mi piace fermare lo sguardo nel divenire che mi introduce nel tempo, che rende nuove, distruggendo, le cose. Il tempo è il divenire è il trasformarsi delle cose secondo modalità oggettive e soggettive. Il tempo è effetto dentro le cose. E' segnato nel paesaggio e sotto i vestiti, sul cuscino e ..... nei capelli. entrare nel tempo! nel tempo che rende nuove, distruggendo, le cose. Camicie passate su petti sudati, consunte; oggetti deperiti dal vento, dalla pioggia, dal sole; strumenti di lavoro alterati da mani. Case corrose. Pareti imbiancate poi stinte da tangenze di corpi, da dita sporche e sudate, da aliti umidi come nebbia. Ritinte con vasti colori e ancora sbiancate. Infine abbandonate e ammuffite. Struggenti le storie che hanno segnate. Fermandomi in esse mi viene da pensare che quelle persone le ho conosciute. Mi piace fermare nel tempo lo sguardo e sognare. essere dentro e (voler) essere altrove. Questo è il sogno in cui mi rifletto e dico al colore.
Ormai
non esco quasi più. Il percorso quotidiano posso dire che è la mia
macchina a deciderlo: va da casa a scuola. Anche per il ritorno si dirige
sempre per la strada più breve. Quando
ero più giovane ero curioso: passavo per il corso per vedere qualche
amico o solo per vedere la vita degli altri. Adesso che sono giovane come
trent’anni fa, questo non mi interessa più. Parlo
spesso con le mie figlie a Roma, sempre meno con i miei amici a Calitri. A
volte vado al cimitero, compro dei lumini con la plastica rossa e mi
avvio. Prima
passo a trovare mia nonna, poi mio padre, mio fratello Peppino e, infine,
mia figlia Alessandra vissuta neanche due mesi. I
loculi sono in punti diversi; praticamente devo percorrere quasi tutto il
perimetro del cimitero. Il percorso è molto bello. A volte, nel silenzio
assordante, mi accorgo di non aver incontrato nemmeno una persona
“viva”. Qualche
amico mi chiede come mai non esca… cosa ci faccia sempre in casa… se
mi annoio… In realtà la noia è fuori casa. A casa mi manca il tempo
per fare tutto quello che penso di dover fare. A volte credo che non
riuscirò a terminare nemmeno le cose iniziate. In
questo periodo sto dipingendo dei ritratti di artisti (pittori, poeti,
scrittori) o di altri che mi hanno regalato forti emozioni. Ho
fatto una ricerca di due mesi per trovare le loro foto. Poi ho scelto di
fotografarli sullo schermo della televisione facendo scorrere dei video da
me registrati. Gli artisti che ho scelto sono tutti morti. Poi ho scoperto
che sono quasi tutti suicidi o morti di morte violenta. Dopo
aver scannerizzato la foto, ne aumento il contrasto e la stampo a bassa
risoluzione. Poi passo a dipingere su tela formato 95 x I
dipinti sono ridotti ancora di più all’essenziale e quasi del tutto in
bianco e nero. Al termine aggiungo a colori più vivaci delle cose ben
riquadrate e molto piccole. Guardo a lungo quello che ho fatto. Quando
dipingo non parlo mai con mia moglie, che sta sempre vicino a me. Dopo
averla terminata la tengo sul cavalletto per qualche giorno, poi, esausto,
la giro verso il muro addossandola agli altri dipinti e, a volte per mesi
o per anni, non la guardo più. Penso solo all’altro mio amico che sto
dipingendo. Dopo
la mia famiglia, la pittura, la scultura, l’arte, è la cosa più
importante della mia esistenza. Oggi
ho quasi terminato il primo dei ritratti dedicati ai miei amici scomparsi.
Sono esausto. Forse non tanto per la fatica materiale, quanto per
l’emozione nel vedere il grande volto di Pino Pascali, il dipinto più
grande, con una sua forza straordinaria data dai forti contrasti in bianco
e nero. Pino, che ho dipinto a piccoli tocchi, sembra ringraziarmi per
averlo rivitalizzato. Oggi
pomeriggio volevo iniziare un altro ritratto di Picasso. Non posso, sono
troppo felice ed esausto. Non ho la forza di riprendere i pennelli. Voglio
godermi l’immagine sgranata come una grande fotocopia della testa di
Pascali. Ogni tanto apro la porta, accendo la luce e mi appare il suo
volto. Noto ogni volta delle cose diverse. Vorrei continuarlo ma non oso
toccarlo. Sento storie di altri pittori. Sembra che ritocchino per anni i
loro lavori. Quello che fanno non è mai finito. Io preferisco continuare
la mia insoddisfazione in altri quadri. Oggi
non sono andato a scuola, sabato è il mio nuovo giorno libero. Guardando
ho visto che non abbiamo aperto la porta la chiave è ancora serrata
all’interno. A volte sia io che Pina ci accorgiamo di questo la domenica
sera. Per uscire e portare da mangiare a Fidia passiamo dal garage. Nel
ritratto di Pascali noto una certa tristezza. Gliela leggo negli occhi,
nel suo modo di guardarmi. La foto che ho utilizzato per questo lavoro
l’ho tratta da un catalogo realizzato in occasione di una sua famosa
mostra tenuta al museo d’arte moderna di Roma. Pascali è morto che non
aveva quarant’anni. Forse aveva già raccontato tutto o, forse, avrebbe
continuato a sbalordire con i suoi oggetti. Lo sguardo è triste ma i suoi
capelli sono inquieti, sembrano serpenti in cerca di cibo. Scrivendo
sento che mi sta passando quel senso di fatica, di “tremore” che mi
attanaglia sempre più spesso. Ho
chiuso Pascali in una stanza buia. Penso che continuerò a guardarlo anche
domani. Meglio continuare a parlare con lui prima di passare a quel
camaleonte che è stato Pablo Picasso.
Ho
perso quasi tutti i capelli. Se li taglio sono troppo corti, o troppo
lunghi (dovrei farli più corti) se li lascio crescere (ma ti guardi allo
specchio?). Da tre settimane non spunto più la barba. Voglio che i peli
crescano liberi. Ho scoperto che sono di diversa misura e colore (sempre
grigi o bianchi). Accorcia la barba, non vedi che fai schifo? Sì,
la vedo; la vedo. La vedo! Ma non la taglierò. Voglio vedere i peli
lunghi e quelli più corti. Fra una scartavetrata e un’altra ho fatto un
rapido ritratto a Tano Festa (che è morto prima di aver compiuto 50 anni.
Gli ultimi quadri li dipingeva lanciando coriandoli in aria che poi a caso
si posavano sulla tela poggiata sul pavimento). È venuto uno schifo. Lo
tengo lo stesso. Lo tengo per me. Da molto tempo continuo a dipingere e a
tenere tutto per me. Solo se li mostro li vedono e, a fatica, condividono
un certo interesse. Non so se andrò avanti, non so fino a quando andrò
avanti. Vorrei essere io a decidere quanti devono essere i miei anni. Oltre
ad aver perso i capelli ho perso quasi tutti gli amici, quasi tutti mi
salutano per rispetto, per noia. La noia sono io, che con loro non ho cosa
dire. Mi invogliano ad uscire per vedere gli altri e parlare con loro. Questo
non è sempre possibile visto che parlo sempre io. Parlo troppo, parlo
sempre io. Non riesco a capire quando i miei “conoscenti” mi ascoltino
e non rispondono, cosa pensino. Io ho un vago sospetto che quasi tutti si
stanchino. Loro amano vivere anche per tre ore di seguito seduti su una
panchina ad osservare la gente che passa. Sono passati 55 anni. Io ho
voglia di parlare di Camus, dello Straniero, di quando annoiato
vegliava la madre morta distesa nella bara. Lui pensava al mare, lui
pensava al mare calmo. Pensava alle lunghe nuotate e al riposo sulla
sabbia dell’Algeria. Perché non provava dolore per la morte della
madre? Pensava
al mare. Anche io penso al mare, alle onde calme, ma di più a quelle
schiumose e rumorose. Sono
stanco meno nei muscoli, più nel cervello. Più nel cervello. Tano è
morto in ospedale. Sono
le 05:10 di martedì 3 agosto 2004. Sono
le 06.06. Non mi sono riaddormentato. Ho pensato per un’ora. A volte mi
sveglio alle 3 di notte. Penso che non mi interessa più l’ora, ma solo
il tempo che passa. A volte sono felice per quello che riesco a fare in più
(leggere, solo leggere). A volte penso che crollerò. Non so in che modo,
potrei diventare debole come una larva, oppure non accorgermi di essere
ormai fuori di testa, di essere pazzo e di pensare che quella sia la vera
normalità. Tu puoi capire che non l’ho fatto apposta, ma semplicemente
perché sono pazzo. Ho aperto la camera da letto. Il silenzio è
opprimente. La solitudine no. In fondo mi sono sempre sentito solo, anche
se ho amato (a questo punto devo dire a modo mio, che sia sbagliato o
meno) quelli che mi circondano e so che anche loro mi vogliono bene a modo
loro. Io mi comporto come vivo. In silenzio e urlando. Non so farlo
diversamente. Tento di modificare, ma sicuramente morirò prima. Sono
troppo rapido nell’esprimere i miei sentimenti. Ho capito che sbaglio
perché gli altri si sentono offesi. Ho capito che ogni volta che faccio
rapidamente una opera, non mi piace e non piace neanche agli altri, ma
questo è secondario, visto che sono io a fare le cose. Io esprimo i miei
sentimenti in modo rapido solo sulla mia agenda. Centinaia di questi
quadri, di questi pensieri, non saranno mai realizzati. Solo alcuni li
concludo dopo moti giorni. Ho capito, quindi, che la rapidità diventa
lentezza e che ogni quadro o scultura che sia diventa un “totem”.
Forse l’emozione che percepisco in modo lento e non più rapido, si
rinnova inconsciamente durante tutti i momenti, durante tutte le ore di
lavoro. Lì, lì dentro, in nell’opera che ho dipinto per molti giorni,
vi sono tutte le opere chiuse nella mia agenda.
Finalmente
abbiamo ripreso l’autostrada a Caianiello. Purtroppo a Posso
scrivere il pullman corre veloce sulle tre strisce dritte e nere verso
Roma. Io e Pina già non parliamo più dell’incidente, siamo flosci.
Sono gli anni che passano veloci e sempre più crudeli. Oggi
13 agosto siamo partiti verso il caos e non-caos di Roma. Abbiamo lasciato
tutti gli ex amici che hanno invaso il paese seguendo il rito di tutti gli
anni. Per me questo diventa sempre più insopportabile. Sono gli anni che
passano. Abbiamo attraversato mezza Irpinia, Benevento e tutto il Sannio.
Il Sannio è come da noi, con tutti i suoi paesini
appesi alla rocca della collina. Anche qui si vedono poche cose
nuove. Prima viaggiavo per vedere il passare del paesaggio. Ora tutto mi
appare normale. Nessuna emozione particolare. Sono
gli anni che passano e fanno accumulare il nostro zaino di parole e di
silenzi. L’unico paesaggio che in questi giorni voglio vedere sono le
colonne, le pietre lasciate dai romani 2000 anni fa. L’unico paesaggio
che voglio vedere sono le centinaia di migliaia di case e i milioni di
persone. L’unica cosa che voglio fare è stare in mezzo a loro solo con
Pina. Senza essere protagonista di niente, solo guardare quelli che fanno.
Sono gli anni che passano. Quello
che voglio far vedere ai miei occhi sono i vari tipi di pietre che
costituiscono le centinaia di chiese di Roma. Domani
mattina andremo ai Fori e guarderemo ancora la bellezza delle diverse età
della Roma imperiale. Nei prossimi giorni alterneremo le visite ai musei
ai lunghi riposi serali in piazza Navona, a piazza di Spagna, dove quasi
tutti cercano di fare qualche cosa. Noi no. Noi staremo seduti a guardare
le loro strane paure, i loro ori, il loro fare. Noi parleremo poco, ci
guarderemo per capirci meglio. Sono
gli anni che passano. Chissà quanti ne passeremo ancora insieme. Quello
che rimpiango è l’amore che non ho dato, l’amore che non ho saputo
dare e l’amore che non ho saputo esprimere, dichiarare, è l’amore che
mi sono tenuto gelosamente e che pensavo di dare in quel modo, un modo che
tutti mi fanno capire sbagliato. Quello
che rimpiango sono tutti i colori pensati e visti, sono tutti i colori che
non ho spremuto e che non ho impastato sulla tela. Quello che rimpiango
sono tutte le albe che non ho visto, i tramonti fatti passare senza
guardare. Quello che rimpiango sonno tutte le notti insonni vissute
nervosamente, con libri letti e, diversi, con lampade spente. Ora tutto
questo è cambiato. Quando non dormo leggo e se spengo la luce è per
aspettare con calma la mia ora. L’ora stabilita dagli altri per
alzarmi.
Sono
gli anni che passano e diventano sempre più pesanti. Quello che rimpiango
sono tutte le idee dimenticate o accantonate nei vari scomparti del mio
cranio. Non potrò mai dipingere o scolpire tutto quello che penso. Quello
che penso dopo è sempre più importante. Quello
che rimpiango sono i quadri che non ho dipinto ed anche quelli dipinti e
girati verso la parete. Rimpiango i quadri che non ho dipinto e quelli che
ho dipinto e che nessuno ha mai visto! A
che serve continuare questa tortura, questa tortura è solo per me. Questa
tortura è dedicata agli anni che pesano. Tutti questi anni io li ho
vissuti intensamente. Forse non rimpiango che siano passati, perché sono
pieni, sono gonfi di ricordi, anzi dovrei ripassarli uno per uno per
capire meglio perché sono passati così in fretta e a volte così
lentamente. Io
i miei anni li ho vissuti. Io i miei anni li ho visti passare tutti, come
ho visto e sto vedendo passare il paesaggio, le nuvole, il verde, il cielo
in questo pullman che corre e mi sta portando a Roma.
Quando
termino un lavoro noto quasi sempre una certa diversità da quello
precedente. Spesso dopo questa riflessione mi sento disorientato; poi,
dopo alcuni giorni (senza mettere a confronto il quadro con il
precedente), penso che ho fatto la cosa giusta, anzi non la cosa giusta,
che potrebbe apparire come un calcolo progettuale, ma semplicemente una
cosa diversa e quindi autentica. In quei giorni di lavoro, la mia opera ha
rispecchiato esattamente il mio stato d’animo che, mutando con i piani e
le ore, trasforma l’opera e la fa apparire come è: diversa dalla
precedente. Se
considero il percorso dei miei pensieri, penso d’aver fatto un’opera
d’arte, diversa dalle precedenti (in alcuni casi somigliante, o molto
vicina, come presentazione estetica). A questo punto mi chiedo se sia
giusto avere dei metodi rappresentativi (simili) o semplicemente, come
facevo (senza rendermene conto) a lavorare e trovarsi di fronte un’opera
poco vicina al cosiddetto stile da portare avanti quasi come una
propria icona. Anche perché da alcuni anni nel guardare i quadri, fanno
degli apprezzamenti sulle differenze di impostazione e “stile”. Io
credo che chi fa dei lavori facilmente riconoscibili e riconducibili alla
propria persona si dà dei limiti espressivi e oserei dire anche di non
pura espressione artistica. Esempio: io vedo sempre più spesso artisti
affermati in campo nazionale o anche internazionale, fare delle cose
bellissime (visto che vendono anche parecchio) e facilmente riconoscibili.
Questo penso sia legato al mercato e alle vendite. Ma è vera arte? È
vera arte compiacersi di quella che gli altri vogliono? Alla
fine mi chiedo, facendo queste riflessioni, perché non riesco a vendere i
miei lavori. Se li vendessi diventerei come loro?
Ascolto la musica, bella, condita da frasi e melodie struggenti, lascio il pennello, mi alzo e faccio tornare il disco indietro, per ascoltare i brani che amo oggi, e che amerò per tutto il giorno. Sono nel mio studio, nel mio studio penso meglio, nel mio studio impasto i colori e pur se considerato superato li stendo sulla tela o su altri materiali. Nel mio studio sento il profumo dei colori e l’odore acre dei diluenti, nel mio studio ho alzato il volume della musica, nel mio studio sento il profumo delle rose che ho appena raccolto in giardino. Oggi dipingo due particolari della rosa… che banalità la rosa dipinta! Oggi i profumi dei colori, quello delle rose e la musica ad alto volume, portano il mio cervello ad uno stato di gioia, mi sento inebriato, come se fossi ubriaco, ubriaco di vivere in quest’ambiente, in questo caos di quadri già fatti, di stracci sporchi di colore, di pennelli e di barattoli poggiati per terra e sui tavoli. Interrompo la musica, mi disturba, in questo momento mi disturba. Ora in silenzio sento la pioggia che cade e guardo la catena spezzata, il gancio e i grandi denti di Fidia che ho dipinto in modo rapidissimo due giorni fa. Quante idee moriranno senza nascere, in questo momento non mi interessano più, guardo solo la rosa, i denti di Fidia e questo caos che mi fa impazzire di gioia. Per oggi non voglio più musica, nessuna musica, per oggi solo i miei oggetti e il loro silenzio.
Da questa finestra vorrei buttare tutte le mie idee, quelle degli anni passati, quelle di ieri e quelle di oggi; dalla finestra vorrei lasciar cadere tutti i miei quadri, li vorrei veder volare una alla volta, li vorrei veder gocciolare colore per la paura di schiantarsi dal terzo piano, gocciolare dalla paura, non come i quadri di Schifano e di tanti altri che hanno fatto gocciolare le tele per la troppa rapidità del pennello o di altri strumenti, o perchè semplicemente la moda dice che bisogna stare al passo con i tempi, bisogna dipingere in modo astratto o informale, o anche figurativo ma storpiare quanto più e’ possibile le immagini, fino a renderle diverse dalla realtà. Che bisogno ha l’uomo”osservatore” di distinguere tra pittura astratta o figurativa, letteratura o poesia, tra musica o cinema, se quello che viene espresso e’ arte. Con questi ultimi pensieri torno a pensare alla mia espressione che pur cambiando metodi o soggetti su cui rappresento le cose rimane sempre precisa, le sensazioni del colore o di altri materiali rimangono sempre circoscritti nella purezza della forma da me voluta. Dopo tanti anni ho stravolto spazi, giorni e materiali con cui e su cui esprimo i miei pensieri ma in fondo ho capito, oggi come ieri che i miei racconti hanno sempre lo stesso fine: il perché l’uomo esiste. Nei miei lavori, più passa il tempo più vedo che le cose invecchiano, invecchiano con me, ma se mi soffermo e le guardo cadere dalla finestra dell’ospedale mi accorgo che sono cose belle, nuove anche ai miei occhi, ma i miei occhi che contano? Mi spingo in avanti e dico: ma gli occhi degli altri , che non vogliono neanche guardare, che cosa contano? Io e solo io ho speso quasi per intero la mia vita per fare queste opere.
Dopo gli oggetti usati dall’uomo e dal tempo, dopo gli interni disabitati, i muri vuoti e consumati, voglio dipingere i tuoi vestiti, voglio pensare a dove sei andato, voglio pensare quali strade hai percorso, voglio pensare se correvi e sudavi, se andavi lento e guardavi i paesaggi e le cose, le montagne e il mare, i fiammiferi e il fuoco. In questi giorni sto lavorando su delle camice comprate nei vari mercati dell’usato, le ultime le ho comprate a via Sannio “Roma” sono degli anni 70, le ho pagate 50 centesimi l’una. Le camicie sono tutte bianche, sono 20, appartenute a persone diverse, in maggioranza donne. Gli indumenti (forse userò altri oggetti in futuro) in questo caso le camicie sono un rivestimento della persona, in alcuni casi si appiccicano alla pelle facendone intravedere i colori: questo avviene dopo una corsa, un lavoro o una forte emozione. Anche l’ansia fa sudare, in quei momenti la camicia diventa una doppia pelle. Proprio a quei momenti voglio dedicare il mio lavoro. Vorrei, ma sono sicuro che non ci riuscirò mai, conoscere il proprietario della camicia, vorrei, ma anche di questo sono sicuro di non riuscirci, sentire gli odori della camicia appena tolta, vorrei saper rappresentare e far annusare lo strano odore del sudore. Questa è la camicia di Carmela, di Giuseppe, di Maria, di Filomena e di tanti altri. Vorrei rispedire le camicie ai loro proprietari. Il mio lavoro è quello di togliere la puzza del mercato, quello strano odore delle grandi lavatrici, il mio lavoro è quello di coprire il candore del bianco con dei monocromi fatti con colori molto vivaci o con accostamenti di più colori che singolarmente sono brutti, ma che in fondo non fanno altro che assomigliare ai banchi dei mercati dove le camicie non sono solo bianche. Ho visto e fotografato i banchi di “Porta Portese”, lì è presente il vero caos dei colori. Tenterò negli assemblaggi di ricreare quella bellezza, bellezza per i miei occhi, non so per chi guarda, visto che alcuni colori sono quasi inguardabili, ma belli, molto belli per me. Quando compongo la camicia lo faccio colandola nella vinavil, poi la piego e la lascio asciugare, infine faccio il mio intervento con smalti o colori acrilici, a volte anche con quelli ad olio. La camicia cosi’ diventa un blocco e si può appendere o appoggiare su un mobile, la camicia è pronta per il suo proprietario. A volte assemblo più camicie su tele di grandi dimensioni, in quel caso le camicie non sono piegate ma incollate come sul banco del mercato. Altre volte taglio e strappo più camicie e le incollo a brandelli sulla tela; Le uniche parti che non copro con il colore sono i bottoni, voglio conservare il contatto delle mani che per centinaia di volte hanno sbottonato e abbottonato l’indumento. Mi piace prendere le camicie bianche e non quelle già colorate perché dipingendovi sopra voglio ricordare a chi forse aveva timore o vergogna di un colore troppo forte che i colori sono la vita e la morte, sono i paesaggi e il sangue, sono la pelle e il mare. IL bianco in realtà quasi non esiste, è l’uomo che per pudicità o per altro trasforma i tessuti, i muri e altri materiali rendendoli bianchissimi. Comunque, quello che più mi interessa è il mistero che avvolge le camicie, dove sono state, chi le ha portate in giro per il mondo, che cosa ha fatto l’uomo indossandole quante volte le loro mani le hanno toccate, quante volte si sono sporcate a contatto con la pelle e con la natura?
Sono le sei del 5 dicembre, mi sono svegliato da poco, ho dormito circa nove ore, penso di aver stabilito un record personale che non è il numero delle ore ma l’ora che ho preso sonno, ieri sera, erano le venti e venti. Questo è successo dopo varie notti di insonnia e alla mia seconda notte passata nell’ospedale di Bisaccia, precisamente al lato nord, quello che guarda verso Guardia dei Lombardi. La porta di notte rimane come il giorno: sempre aperta, entra una tenue luce del corridoio, le due finestre sono con le persiane abbassate, il vento fortissimo di questi giorni (oggi inizia il terzo) le fa muovere producendo dei suoni strani che non sono sempre gli stessi, avrei comunque preferito ascoltare solo il vento con i suoi strani e prolungati lamenti. Nella cameretta, di circa 13 metri quadri, oltre ai due letti e i comodini, vi è un piccolo tavolino con due sedie, accostato al muro un armadietto largo circa 70 cm, il resto è bianco, qui tutto è bianco, non un calendario, non una fotografia, non un quadro (quest’ultimo sarebbe stato esagerato). Un’immagine avrebbe cambiato tutto, un’immagine anche banale, forse avrei guardato sempre quella per capire o dargli dei significati diversi: soffro molto questa assenza. Il mio compagno di camera è Salvatore, ieri notte mi ha svegliato alle 4 con una specie di canto o ululato, invocava così la mamma. Salvatore ha 80 anni, è pensionato dal 1978 per una fortissima forma di artrosi che quasi lo paralizza, cammina pianissimo, non riesce quasi ad alzarsi dal letto, è praticamente prigioniero del suo corpo, o meglio delle sue ossa. Anni fa è stato operato a 2 ernie, 5 anni fa gli hanno spaccato il petto, preso il cuore in mano e cambiato due valvole. Il volto di Salvatore (in questi 2 giorni) non ha mai sorriso, è la maschera del dolore; Ha un naso sottile in mezzo a 2 occhi azzurri; la bocca è solo un taglio orizzontale, in questo momento dalle lenzuola bianche vedo solo il suo profilo, la bocca è aperta, non so se è vivo o morto, lui comunque è legato alla vita, lotta imbottendosi di medicine, quando lo sento parlare capisco perché non vuole morire, Salvatore è legato a un mondo quasi primitivo, Salvatore è legato alla terra, agli alberi, al sole, alla pioggia, Salvatore ha fatto per tutta la vita il contadino. Salvatore fa parte della natura.
Il sole colpisce il cuscino su cui poggia la mia testa, io ho gli occhi chiusi e ascolto la musica, è una sensazione bellissima, il sole con la sua potenza penetra le mie palpebre, la sua luce bianca è abbagliante si fonde con la mia pelle, ora vedo un rosso che è molto più chiaro di quello pompeiano, sembra quasi arancione, anzi, è proprio uguale a quello in barattolo da un chilo che ho a casa. Nel grande quadro rosso vedo dei segni astratti molto sottili e sinuosi, sono di colore celeste, il contrasto è bellissimo, penso alla mia prossima tela rosa con uno o due brandelli di vestiti, penso che la dipingerò per ricordare questi strani giorni trascorsi in ospedale. Su 24 ore ne passo 22 disteso nel letto, per leggere, per scrivere, per disegnare e per pensare, penso che passerò tutta la settimana in questo stato di quasi ipnosi. Questi pensieri volano come il tempo, come le nuvole che hanno coperto il sole, ora nei miei occhi il rosso si è trasformato in grigio, quasi nero. La mia finestra è molto alta, solo una piccola fascia in basso fa vedere il paesaggio sovrastato da nuvole veloci e pesanti di pioggia. La fascia di terra che vedo è in realtà il formicoso, un insieme di colline che in alcuni punti superano i 1000 metri, questa grande massa di terra è formata da avvallamenti e rialzi molto compatti, le sue sfumature formano delle ombre e plasmano il terreno, terreno diviso in centinaia di appezzamenti quasi tutti rettangolari, i terreni coltivati sembrano dei fogli disegnati con dei pastelli e poggiati come un pazzle per comporre la montagna. Tutto questo non posso distinguerlo e neanche fotografarlo perché è stabile nelle mie pupille da una settimana. Quello che differenzia questo da altri paesaggi, sono le centinaia di gigantesche pale eoliche, queste eliche triangolari si muovono con lentezza, incuranti del variare del tempo e del vento. Ho pensato subito a Donchisciotte. Molti le contestano,(chiamandolo inquinamento visivo) io non so a volte sono d’accordo, altre vedo in questi grandi tralicci con le eliche delle enormi sculture sistemate con cura da un’artista(del resto a via Toledo a Napoli Gianni Kunnellis ha fatto un mulino a vento che è molto più brutto). Per il momento mi fermo perché voglio conservare così com’è quest’immagine di Dicembre. |