LA PITTURA DI LUIGI RAINONE

Nel vasto e articolato contesto dell'arte contemporanea, all'interno del quale assistiamo così frequentemente al rapido nascere e morire di correnti l'una in competizione con l'altra, o addirittura all'affermarsi di mode effimere, di successi ottenuti sulla spinta dei mercanti d'arte con lancio pubblicitario, in questo contesto confuso e frastornante, ove i pochi artisti autentici sono spesso sommersi dai mestieranti, Luigi Rainone occupa una posizione personale e indipendente.

Non certo nel senso che, provincialmente, operi ignorando i principali indirizzi pittorici della nostra epoca: egli, anzi, ha maturato se stesso attraverso continui contatti con il mondo che ci circonda, con scambi di idee, letture, visioni di oggetti, di ambienti, di opere d'arte e così via. Ma questo, in Rainone, non è diventato la somma meccanica delle conoscenze; tutto è sedimentato formandolo e determinando un modo di pensare, una concezione, un linguag­gio.  

Così, per esempio, sono visibili, nei suoi quadri, elementi che nascono dal surrealismo: non tanto pensando al primo surrealismo, quanto a ciò che quella avanguardia storica ha lasciato in eredità e che perdura tuttora; non, quindi, l'espressione dell' "io" seguendo soltanto l'automatismo psichico, ma, piuttosto, l'estraniamento dell'oggetto dal suo contesto, in modo da creare un'inquietudi­ne, un'insicurezza, un senso di angoscia, corrispondenti alla realtà interiore dell'uomo moderno.  

Oppure è riscontrabile, nel linguaggio di Rainone, un rapporto con l'iperrealismo, quasi ricercando il "vero più vero del vero" al punto da raggiun­gere l'astrazione, costringendoci all'analisi minuziosa di ciò che vediamo, invece che condurci alla sintesi come siamo abituati a fare. Ma in Rainone non c'è l'astrazione allucinata di certo iperrealismo americano in cui il vero riprodot­to scrupolosamente appare lontano da noi, eternamente bloccato, come se tutto si fosse improvvisamente arrestato.

In lui, piuttosto, l'isolamento dell'oggetto fa in modo che la nostra attenzione si concentri su di esso che è, sì, un oggetto qualsiasi, ma, al tempo stesso, colmo di vita. Si tratti di muri scrostati, di una maglietta, di una cintura, o di uno spago; si tratti di pezzi di legno, di canne, di un frammento di infisso arsi dal fuoco; si tratti di un vecchio cancello stinto e arrugginito, di una barca o di un asciuga­mano; si tratti di una porta sconnessa logora o di un pezzo di pavimento in mattoni rotti e consunti; si tratti di questo o di altro, tutto mostra chiari i segni di un lungo passato intensamente vissuto.

Come il volto di un uomo anziano rivela in ogni ruga le traversie della vita, le poche vittorie e le molte sconfitte, le gioie e i dolori, ed è perciò molto più significante del volto, obiettivamente più bello, di un giovane, così ogni oggetto usato ha in sé una carica espressiva non riscontrabile in quello nuovo. Che è, poi, la ragione del fascino esercitato nell'uomo moderno da ciò che è antico e che, attraverso gli anni, è riuscito a giungere a noi; e non parlo soltanto dell'opera d'arte; parlo, e soprattutto, di qualsiasi oggetto o frammento di altri tempi: un bucchero etrusco, l'ansa di un'anfora  oneraria romana, una lucernina in terracot­ta dei primi secoli cristiani, un raschietto del '700. Soltanto per essere riuscito a sopravvivere finora alla distruzione che il tempo opera inesorabilmente, quell'oggetto, pur minore, acquista per noi un interesse particolare, perché, nelle deformazioni che l'uso gli ha fatto subire, è testimone muto, ma non per questo meno eloquente, dei tanti casi della vita umana ai quali ha assistito, casi che non conosciamo ma che intuiamo pensando ai nostri stessi eventi.

Al tempo stesso la visione del passato ci da la coscienza del presente e ci fa sentire il futuro in quella continuità; e in. quel rinnovarsi perpetuo che è la sintesi della vita.  

Questo, mi sembra, vuole dire anche il Rainone in alcune frasi dettate in occasione di una sua mostra, frasi che assumono il significato di una poetica: "II tempo è effetto dentro le cose. È segnato nel paesaggio e sotto i vestiti, sul cuscino... e nei capelli... Case corrose. Pareti imbiancate poi stinte da tangenze di corpi, da dita sporche e sudate, da aliti umidi come nebbia... Struggenti le storie che le hanno segnate."

Tutto ciò, tuttavia, per quanto profondo ne sia il significato, potrebbe non essere ancora opera d'arte, potrebbe essere soltanto "letteratura", per usare un termine caro a Picasso.

Per questa ragione parlavo, all'inizio, della pregnanza del linguaggio del Rainone. I contenuti scaturiscono dalla lucida presentazione della realtà, senza aggiunte, senza forzatura. Il realismo del Rainone, mutati i tempi e i temi,

presenta, come Caravaggio (e forse non a caso un quadro del '86 è intitolato "La frutta di Caravaggio è ancora matura"), le cose come sono: esse parlano da sole. Ciò non significa la rappresentazione indifferenziata della realtà senza che il pittore operi una scelta, lasciando allo spettatore il compito di capirla; non significa la tradizionale "arte imitazione della natura". Al contrario, il Rainone "vede" la realtà e ce ne presenta il significato, enucleando un oggetto da un altro o addirittura un particolare da un altro. Invece che dare alle cose uno sguardo d'insieme frettoloso, indugia su di esse e sui loro dettagli con lucida determina­zione, ingrandendoli e trasformandoli, da poveri oggetti consunti e abbandonati, in protagonisti. Essi narrano così la propria storia, che è poi la storia degli uomini - anonimi come quelli oggetti - che hanno vissuto insieme a loro.                                                                                               

Piero Adorno  

firenze, 8 giugno 1991