Dall'Introduzione

Dal fondo dei ritratti. L'opera di Luigi Rainone (1968 - 1975)

 

 

Ognuno ha diritto alla consistenza di un nome

 

 

La frontiera da superare

 

Alle spalle abbiamo tutti un passato; di fronte un vago futuro.

Al nostro passato tutti voltiamo le spalle.

Davanti vaghiamo con gli occhi se qualcosa ci attraversa lo sguardo. Di fronte abbiamo tutti, comunque, una percezione indeterminata e imprecisa di ciò che saremo, di ciò che sarà.

Già oggi, di là degli indumenti, che come terra coprono il corpo, non vediamo niente di noi e l'espressione del nostro volto è qualcosa che solo gli altri colgono. Allo stesso modo ciò che ogni giorno esprimiamo vivendo è palese a coloro con cui conviviamo, mentre proprio a noi resta oscuro.

Ogni giorno un'ombra ci sottrae dalla nostra piena presenza.

 

    Ogni giorno ci esponiamo all'inganno di vederci allo specchio così come siamo. Tra noi e il riflesso sulla lastra di vetro c'è una piena corrispondenza di vari elementi (forme, dimensioni, posizione, ...), ma in termini di simmetria inversa. L'immagine che nello specchio vediamo è una nostra contrapposizione, un rovesciamento della nostra visione.

Ogni giorno, poi, la presunzione ci insidia e ci vince se crediamo di sapere chi siamo per ciò che pensiamo e supponiamo di noi. Tra noi e noi stessi c'è tutto un non-colto, tutto un non-visto.

Avvisati di questo, tutti abbiamo, perciò, necessità di un qualcosa che dia, per quanto privata, una testimonianza più fedele di noi. Non solo. Tutti avvertiamo il bisogno di avere una prova, meno fragile ed evanescente di un riflesso, meno effimera di un pensiero in solitudine, della nostra esistenza.

Nessuno può fare a meno di volgere lo sguardo verso se stesso, di conoscere la qualità dell'essere che è.

 

 

 

Prove d'esistenza

 

Fino all'Ottocento i ritratti soddisfano questa esigenza, testimoniano del carattere o della spiritualità individuale dei personaggi rappresentati (quasi sempre appartenenti a una determinata classe sociale) copiati dal vivo. Dal 1839 la fotografia si è affermata come il medium ritrattistico preminente e alla portata di tutti.

Dalle foto e dai dipinti i sogetti ritratti si portano di fronte a se stessi, si rendono visibili. Questi media costituiscono, perciò, lo strumento che permette più agevolmente di concentrare i sensi e la mente intorno all'oggetto che ognuno è. Sia i dipinti che le foto sono destinati a dare testimonianza degli uomini in essi saldati.

    Questi oggetti, lasciati in altri tempi e in altri luoghi, traghettano, di mano in mano, seguendo ognuno un proprio tragitto, sulle pagine dei libri, nelle inquadrature dei documentari, nelle sale dei musei. Dalle loro superfici sbarcano, in occhi che non avrebbero dovuto vederli, quei volti salpati in segreto, quelle prove d'esistenza sfuggite al macero del tempo, al massacro della dimenticanza. Questa restitutio ad vistam equivale ad una restitutio ad vitam, almeno fino a quando questi media dureranno.

Essi hanno, però, anche un limite: differiscono la visione. Tra il tempo della posa e quello della fruizione dell'opera c'è uno scarto che insinua il sospetto che il soggetto di fronte sia rappresentato nella sua temporalità, nel come era, non per chi era.

    La differenza tra i dipinti e le foto, specie se istantanee, va probabilmente cercata in una differente modalità compositiva e in una diversa complessità narrativa.

La fotografia se non rende rappresentativa l'immagine che propone non fa resistere alla fretta del consumo visivo. Deposti sulla tela, invece, i corpi acquistano forza di attrazione, concretezza. Lì, sulla tela, le immagini possiedono il peso di cose reali, sono cariche d'essenza.

 

 

 

 Ritrovarsi in altro

 

Dall'ultimo nostro dopoguerra alla fine degli anni Ottanta del secolo scorso, nelle arti visive si è assistito ad un generalizzato distacco dalla figura umana e, quindi, dal ritratto che, come genere, salvo qualche rilevante eccezione (vedi, ad es., A.Warhol e F. Bacon), ha versato in uno stato di crisi. L'artista ha preferito volgersi ad altro. Si è verifica però una sorta di ritorno del rimosso: ogni oggetto sul quale cadeva a caso il suo occhio finiva col rispecchiare il destino dell'uomo.

    Così pure Luigi Rainone, che dai suoi oggetti qualsiasi trasformati in protagonisti -come ha scritto Piero Adorno, curatore del catalogo di una sua mostra- ci ha fornito una penetrante testimonianza della nostra condizione.

Per capire gli ultimi ritratti di Rainone, quelli del 1996-2000, che hanno costituito l'interesse iniziale di questo lavoro, è opportuno ripercorrere il suo iter tematico. Se questa rivisitazione distrarrà l'attenzione dagli ultimi ritratti sarà perchè l'autore, come ancora scrive Adorno, con le sue costruzioni costringe all'analisi minuziosa di ciò che dipinge.