L’opera di Rainone è dentro una ferita. È nel taglio del suo corpo dal giorno in cui è nato. È nell’essere fatto fuori, è nell’essere oggetto da quando è stato partorito.

L’opera di Rainone è nel male che sente sul suo corpo di carne assediato e assalito dal tempo con armi, con artigli, con morsi e con sassi.

L’opera di Rainone non è di un artista maledetto, ma di un uomo che si sente dannato a scontare il reato di esistere.

 

Nel corso degli anni è stata ribellione ai titoli in rosso messi dal tempo sulle pagine bianche di tutti i suoi giorni. È stata anche ricerca di una soluzione all’empasse, pathos, sfinimento e delusione. È stata sofferenza, resa ed accettazione.

Nel corso degli anni l’opera di Rainone è stata riflessione su sé e sulla (propria) identità, assillo di tutto il Novecento.

L’opera di Rainone in questi ultimi anni s’è fatta memoria di quello che è stato. Non è più ricerca né lotta, ma descrizione. È come se l’artista avesse trovato se stesso e smesso l’acredine. È come se avesse riposto nella rastrelliera il rancore e riconciliato le parti infrante di sé.

In questi ultimi anni Rainone sembra aver iniziato daccapo il racconto del modo di essere delle cose del mondo e di sé. E in questo nuovo suo dire e suo fare recupera la memoria del tempo mitico, del tempo senza tempo, quello che fu rotto e da cui fu, pur innocente, scacciato.

In questi ultimi anni, soprattutto, Rainone recupera il tempo che «c’era una volta» e la sua arte risente dei residui inconsci di un mito e si tinge della visione rasserenata del finale in cui egli, in qualche modo, si sente già entrato. Si sente alla fine di una storia che finisce senza finire, che si chiude, proprio come i labbri di una ferita rimarginata, sull’inizio.

Nel suo nuovo racconto Rainone è pacato, senza tensione, descrive lo stesso male, ma senza dolore, come si scriverebbe per un testo di medicina. Nella forma di questo distacco tutto sembra tornato al come era stato perché è stato ad-domesticato l’orco che faceva paura, si è tornati a casa, senza più il ringhio e ruggito che si sentiva salire dalla caverna profonda del Sé. Si è tornati a casa, al luogo dell’origine e dell’innocenza, dove niente più nuoce, perché si vive  senza più scosse e tensioni, anche se non certo «per sempre», anche se non «felici e contenti».  

 

 

 

andrea lanni